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Dino Campana e Novara


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Nel 1917 il  “poeta matto” Dino Campana, , definito anche barbaro, folle, ossessionato, uno dei maestri della letteratura italiana del Novecento, veniva incarcerato nel Castello di Novara in piena guerra. Era stato trovato a vagabondare senza documenti, probabilmente durante una delle crisi dovute alla sua malattia.  Infatti, i medici avevano diagnosticato a Dino Campana la neurastenia, una malattia psicologica che lo spingeva a spostarsi di frequente senza meta per vivere lontano dalle persone che lo conoscevano.

Dino Campana e Sibilla Aleramo

Il 17 settembre 1917 veniva liberato per intervento della scrittrice e sua amante Sibilla Aleramo (indimenticabile il carteggio tra i due “Un viaggio chiamato amore”), che, grazie a un avvocato milanese, riuscì a fargli avere un foglio di via per tornare a Marradi,  ma nei mesi successivi le sue condizioni psichiche peggiorarono ulteriormente.

Appena scarcerato scrisse una famosa poesia di quello che vide dal portone del Castello

Il Monte Rosa
è un grande macigno;
ci corrono le vette a destra e a sinistra,
all’infinito, come negli occhi del prigioniero.
È grigio il cielo,
laggiù si stendono al piano, infinitamente,
i pennacchi tremuli delle betulle,
come un tabernacolo gotico.
Il cielo è pieno di picchi bianchi che corrono,
ma la torre di San Gaudenzio
instaura un pantheon aereo
di archi dorici di marmo.
Sugli spalti una solitaria
cerca l’amore.
L’aspro vino mi ha riconfortato
e dal baluardo un azzurro
sconfinato
posa sulle betulle,
pantheon aereo di colonne,
sopra un giardino di Lombardia.
Settembre solare denso,
dove le betulle emergono nel piano.
Lontano, il macigno bianco”. 

Il poeta fu ricoverato in manicomio il 12 gennaio 1918, dove morì il 1 marzo 1932 di setticemia, proprio quando i medici iniziavano a pensare di poterlo dimettere. In quasi quindici anni di internamento Sibilla Aleramo non scrisse e non andò mai a far visita al suo vecchio amante, che fu sepolto senza il conforto dei cari.


Quello fra Dino Campana e Sibilla Aleramo, nata Marta Felicina “Rina” Faccio, fu un amore  intenso, breve e tormentato.  Si incontrarono nel 1916: lei aveva quarant’anni e lui trentuno.
Lei era una donna bellissima, considerata una femme fatale e una scrittrice già nota grazie al suo libro autobiografico “Una donna, dai forti contenuti femministi.
Campana era un uomo solitario, malato, spesso aggressivo, per sua stessa ammissione “orso e strambo”, la sua opera “Canti Orfici” fu accolta tiepidamente. Fu però grazie a questa che i due si incontrarono.  La Aleramo infatti gli scriverà una lettera a seguito della quale si vedranno  il 3 agosto 1916 nel paesino in provincia di Firenze dove il poeta viveva: Marradi.
Per Campana la Aleramo rimarrà l’unico amore della sua vita, anche perché dopo averla definitivamente persa sarà internato in manicomio dove morirà.